Bottagna (La spezia) agosto 1972

FESTIVAL (NON COMMERCIALE) DI BOTTAGNA

CERTO, NON ERA WOODSTOCK MA...

di Carlo Silvestro  (tratto da Ciao 2001 n. 35 del 3 settembre 1972)

La canzone alternativa era cominciata col “primo giorno della nostra era”, un novembre, l’anno scorso, dopo tanti pop-festival col recinto: si parlava di musica rock e si imprigionavano le nostre coscienze, si parlava di musica “nuova” e ci venivano chiesti “vecchi” pedaggi, si parlava di “nuova frontiera” ed erano sempre i soliti fili spinati a cantare la loro canzone di vittoria. Fino al primo giorno; fu Ballabio e fu in colina, non c’erano grassi nomi ma c’erano grosse coscienze, e soprattutto eravamo certamente più di diecimila a guardarci, a toccarci, a contarci per vedere quanti eravamo qui in Italia a volere che un mondo di pace di libertà e di musica ci appartenesse non solo per qualche giorno ogni tanto, ma per sempre. Da allora ci sono stati altri appuntamenti per la Woodstock Nation italiana, ed eravamo in trentamila a Zerbo, tutti nudi, sì, nudi di violenza; perché noi esorcizzeremo sia il pudore che la violenza, e lo faremo con i nostri canti, lo faremo con la nostra gioia, lo faremo con la nostra bellezza. Vennero i bravi borghesi a Zerbo come allo zoo, la domenica mattina a vedere i capellini e qualcuno certo fu scandalizzato e qualcuno certo era indignato, ma molti furono pervasi dalla nostra bellezza e ci amarono e qualcosa fu seminato nei loro cuori.

L’ultimo appuntamento, perché è di questo che voglio parlare, è storia di pochi giorni fa, vicino a La Spezia, un fiume, una riva bianca e sassosa e tanti a rincontrarci per scambiarci parole e viaggi lontani, nuove esperienze e racconti di fate. Devo dire che la progressione numerica non è stata geometrica, cioè si pensava che dopo i trentamila di Zerbo avremmo potuto incontrarsi in cinquantamila, ma questa è pure la stagione dei viaggi, dei mistici e assolati sentieri autostoppistici e quanti saranno già sotto il sole di Matala oggi e quanti sotto le palme di Goa e quanti sdraiati sulle rocce lunari di Formentera e quanti e quanti sparsi per le strade del vasto e incerto mondo. Così che sedendo sui sassi bianchi del fiume noi che ancora non ci eravamo messi sulle grandi strade che portano lontano col pollice teso ci contammo ancora una volta, e fu pura grazia perfino il constatare che non c’erano i complessi famosi, perché ormai suonano solo per un pubblico di paganti nei ricchi night club della Costa Azzurra e giuro che non sto parlando di questo per recriminare: se questa è la loro strada d’accordo, percorretela pure in fondo, nel fondo in cui vi accorgerete forse che non è proprio quella la gente a cui andrebbe indirizzata la vostra musica. Per noi la musica significa essere insieme nel migliore dei modi, all’aperto, liberi da pareti e da recinti, liberi da guadagni e da rapporti di denaro, liberi dalla pubblicità televisiva, liberi di sentirci da fratelli quali siamo, liberi di cantare senza note la canzone del cuore. La canzone è arrivata ormai al ritornello finale, la canzone ha dimostrato ormai, se ancora ve ne fosse bisogno, i essere solo un pretesto, il fine è stare insieme: non si parte più per andare ad un pop-festival perché c’è il famoso gruppo o per il noto divo, si va perché è tempo di andare, perché è tempo di incontrarsi un’altra volta, c’è musica, c’è aria aperta, ci sono spazi dentro e fuori ancora da scoprire, ci sei tu e ci sono io, che cosa ce ne importa dei grossi nomi?

Ma io dovrei pure parlare di questo festival dove sul palco a presentare era uno dei nostri di “2001”, il solito, non vale nemmeno la pena di dire chi fosse: er un centro di ruota da cui partivano e tornavano messaggi d’amore, anche cose molto pratiche, come “ad ovest sulla collina è in stato di avanzata maturazione un favoloso risotto underground…” oppure “in basso nella vallata il fuoco che alimenta il minestrone psichedelico ha bisogno di aiuto”, così li vedevi a frotte a cercare legna, mentre sulla pedana si alternavano gruppi giunti faticosamente da Roma sui loro sgangherati pulmini oraa trasformati in magici carri di Tespi a cinquecento watts, ed erano “Latte e Miele”, che già molti conoscono, presenti alla nostra Controcanzonissima nuovi nuovi e dritti dritti, ne han fatta di strada da allora, e non solo in senso figurato, e certo saranno una delle glorie di domani. C’erano i “Magia Nera”, che ci davan sotto con quello duro e che avevano un bel rapporto col pubblico contrappuntato di confessioni e discorsi dolci e si vedeva che erano proprio lì, non come quei gruppi che suonano guardando da un’altra parte, pensando a tutt’altro, a quanto per esempio gli renderà il concerto o se l’ultimo disco ha possibilità di entrare in classifica e così via, e l’espressione è di quelli che si degnano dall’alto di un palcoscenico e amen. Mentre qui il palco era ad altezza d’uomo e ci si toccava con note e con altro e i “Magia Nera”, dopo aver ben riproposto qualche classico dei miei tempi migliori, son partiti con la roba loro che non era niente male e forse più di una promessa. Naturalmente c’era anche chi con la scusa che era riuscito a comprarsi il moog a rate ci appestava con un casino d’inferno, perché non c’è niente di più massacrante di un moog suonato male, si può passar sopra agli svarioni della chitarra e a quelli del basso, e financo a quelli del piano, ma il moog mio dio no, vi prego ragazzi, lasciatelo a casa o in cantina finché non siete diventati amici e non c’è un po’ più di amore tra voi… e non faccio nomi per carità cristiana… Un discorso completamente a parte meritano quelli del “Come le Foglie” che con un fin troppo facile gioco di parole potrei dire come il prezzemolo, cioè dappertutto, immancabili, instancabili, inesauribili… e sempre nuovi. Giuro che sono gli unici che il contratto non ce l’hanno ancora perché no lo vogliono loro, paura di integrarsi e così via, io cosa posso dire: che è un peccato che il grosso pubblico non li possa ascoltare, che l’unica occasione è dal vivo?... Io non voglio certo influenzarli, è un problema delle loro coscienze… Certo è che sono bravi, o meglio, giusti, una vera, nuova “acoustic band”. Non c’era niente del genere prima d’ora in Italia, e lo dico quasi con un po’ di rammarico, perché da tempo stavo pensando di farlo io, stanco di parlare, di scrivere, di fotografare di musica senza farne mai, cercavo elementi per fare una banda acustica, ma sai com’è, siamo in Italia, gli togli il rumore a questi ragazzi, non ha più voglia di suonare, così la mia “incredibile banda acustica” riposa ancora nella mia mente. Loro l’hanno fatto… e bravi…

Il repertorio è ancora a prestito, C.S.N. and Y. E amici di questo genere, ma c’è già qualche creazione collettiva che si fa ascoltare con molta gioia, perché loro suonano con molta gioia e la comunicano a tutti. Non ho preso i nomi, che nelle mie storie non contano mai ma ho contato i loro strumenti: c’è un violino che se dovesse descrivere apparirei stucchevole (ma sì, sapore di fragole e scampagnate medioevali e una dolcezza contadina ormai scomparsa…) un banjo con sapore di racconti di prateria, una chitarra antica e mediterranea, dei cori di ragazze in fiore e poi tamburelli e racconti misteriosi, il vento della sera, lo stomaco riscaldato dal minestrone psichedelico, una voglia di abbracciare tutti, poi i fuochi , la notte, Claudio Rocchi che non arriva, partito troppo tardi dalla nostra comune in Sicilia, quasi una gran diva che viaggia solo in aereo e con accompagnatore d’obbligo e arriva quando tutta la musica è già finita per i tristi orari imposti. Siamo rimasti quelli che amano la terra e i fuochi a cantare un’ultima canzone d’amore, quasi un abbraccio, quasi un addio, quasi un arrivederci al prossimo appuntamento.

testo e foto di Carlo Silvestro