Musiche

La spezia. Rivista trimestrale.

Il primo numero risale al marzo del 1988 ....
Contiene interviste a Robert Wyatt, Penguin Café Orchestra, Bruniferd. Articoli su Kalahari surfers, Festival Mimi 1987, Festival Chantenay 1987. Recensioni di Dagmar Krause, Lol Coxhill, David Thomas, French/Frith/Kaiser/Thompson, John Zorn, Charles Hayward, Bill Bruford's Earthworks......

...e si apre con questo redazionale:

"Non capisco perché Bruce Springsteen
possa cantare Born in the Usa e essere trasgressivo
e Reitano non possa cantare Italia, tanto
più che regalando al pubblico un cuscino
da morto di fiori tricolori ha negato da solo
il proprio gesto enfatico". (Patrizio Roversi) (1)

"Se, come dice Goffredo Fofi, "la letteratura italiana è specchio di una piccola borghesia intellettuale, infingarda, ipocrita e satolla" la critica musicale non pare esserle da meno, ridotta com'è oggi, a celebrare l'esistente (o meglio ciò che esiste in quanto consacrato dal rapporto fra i media e l'industria culrurale).
Una celebrazione asettica e professionale per i critici delle "grandi testate padronali", spesso ingenua e dilettantesca nelle riviste specializzate, ed entusiastica per quelli delle testate di sinistra, ansiosi di inchinarsai sorridenti e servili alle veline delle multinazionali del disco, nel patetico tentativo di dimostrarsi moderni e spregiudicati nel superamento dei "vecchi schemi ideologici".
Ma c'è forse qualcosa di più ideologico della loro esaltazione incondizionata di qualsiasi moda le majors discografiche vogliano lanciare, da Madonna, alle political-rock-stara tipo Style Council, U2, Smiths etc. (che forse votano laburista, ma sicuramente ingrassano i dirigenti fascisti delle case discografiche che li producono)?
Perché (10 anni dopo i "cantautori impegnati" e 20 dopo "The Revolutionaires are on Columbia") ci tocca leggere gente che scrive "le hit paradeinternazionali del disco diventano degli importantissimi strumenti di informazione politica", senza evidentemente chiedersi se non sia l'informazione politica a diventare un importantissimo strumento delle hit parades del disco ?
Sembra stupido, insistere oggi sulla "non innocenza" del processo di mediazione attraverso il quale la musica ci arriva, rispetto al quale nessun musicista (o critico) può considerarsi neutrale (ed è la mediazione, come in economia, a governare il processo, determinando il campo di scelta del pubblico: non siamo certo i primi a dirlo).
Eppure, con atteggiamento profondamente ideologico (nel senso marxiano, se ci è concesso dirlo), si continua a non considerare questo processo, o ad assumerlo come dato di fatto naturale.
Al contrario, esistono centinaia di musicisti che hanno scelto la strada dell'autogestione, della "resistenza alla divisione totale fra lavoro e creatività imposta dal capitale moderno" (2), senza atteggiamenti romantici o idealisti, ma con la concretezza, la pragmaticità, di chi sa muoversi su un terreno minato, e la consapevolezza "godardiana" di non voler fare musica politica, ma politicamente.
Di questi vuole occuparsi la rivista che avete fra le mani. Senza presunzione, ma cosciente della responsabilità di essere l'unico strumento di documentazione, in Italia, su una rete di relazioni che va facendosi sempre più fitta e polimorfa (e questo ci imporrà fra l'altro di tenere sempre presente chi vi si accosta per la prima volta). Vogliamo però chiarire subito che non ci interessa il lavoro dei cartografi acritici. Piuttosto, ci piacerebbe individuare delle salienze e dei percorsi rizomatici, mettere in gioco il nostro gusto e le nostre esplicite faziosità non meno delle nostre perplessità, divenire un punto di dibattito piuttosto che una guida Michelin. Non ci interessa, quindi, stilare un elenco degli "indipendenti": ne conosciamo troppi che non vedono l'ora di diventare "dipendenti" da qualche major, o che delle major già ricalcano i metodi e gli obbiettivi, con meno mezzi e più ferocia.
Il nostro terreno favorito di indagine sarà invece la "no man's land" dove le barriere fra i generi mostrano delle falle e le loro gerarchie si scompigliano (3), dove le sicurezze stilistiche vacillano paurosamente, e le frontiere si fanno mobili e rischiose. Se per addentrarvisi dovremo "sporcarci le mani", apprezzare valori spuri come precarietà ed approssimazione, non vergognarci del ludico e della parodia, bagnarci di cosmopolitismo e soprattutto essere serenamente coscienti della memoria storica di cui queste musiche sono impregnate, ebbene, vorrà dire che avremo già scoperto molti indizi sul loro funzionamento.
Per dirla con John Cage: "Happy new ears!"

NOTE:

(1) P. Roversi, "Un festival così finto che sembra verissimo" Il manifesto del 6/7 marzo 1988
(2) A. Portelli, "Rock stars: working class heroes?" in I giorni cantati, n. 2 maggio/luglio '87
(3)"...che il prodotto di Ponchielli o di Respighi sia migliore, sotto qualsiasi punto di vista, non di Parker ma di Dexter Gordon è cosa tutta da dimostrare. Che un'opera di Zappa o dei Fugs non valga tante delle cose che tocca ascoltare ai festival di musica contemporanea pare ancora meno convincente" scriveva Giampiero Cane nel 1975 (Il consumo della musica, Armando Roma, p. 106). Per chi non lo sapesse, diremo che Dexter gordon, prima del film con Tavernier, era giustamente considerato un musicista di non eccelso livello, e che lo Zappa di cui si parla non è certo quello degli anni successivi (e come potrebbe?)